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AMERICA/COLOMBIA - Grazie alla Caritas, le famiglie di Paquemás ritornano nelle loro terre usurpate

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Posted on: 07/27/18
Turbo - La Caritas colombiana racconta in un breve documentario la vicenda degli sfollati di Paquemás, profughi del conflitto armato interno, che dopo 21 anni stanno ritornando nelle loro terre grazie al sostegno della Chiesa. “Los reclamantes de tierras de Paquemás, 21 años logrando el retorno digno” è il titolo del filmato prodotto con la collaborazione della diocesi di Apartadó e della Caritas internationalis attraverso alcune Caritas nazionali, riunite nel “Gruppo di lavoro per la Colombia”.
Nel 1997, a causa del conflitto tra guerriglieri, esercito e paramilitari, un centinaio di famiglie della località contadina di Paquemás, municipio di Turbo, nella regione di Antioquia, furono costrette a sfollare. Il ritorno é stato possibile solo recemente, col diminuire e con l'estinguersi della guerra e grazie alla legge 1.448/2011 per l'assistenza e la "riparazione integrale" alle vittime, che prevede la restituzione delle terre e un'indennizzo che permetta loro di attivare un'attivitá economica. Molto spesso però lo Stato non dispone delle risorse necessarie per far sì che il ritorno a casa avvenga realmente, soprattutto per le carenti condizioni di sicurezza, in particolare dei territori smobilitati dalle Farc.
La Caritas è una delle realtà che lo rende possibile. "Nel 2013 stavamo cercando un gruppo, un caso emblematico di persone che reclamavano le terre usurpate per sostenerli e accompagnarli in questo processo, e poi riproporlo in altri casi" racconta all'Agenzia Fides Luz Marina Quintero, una delle coordinatrici del progetto. "L'idea era di non cominciare da zero, ma da un gruppo che stesse già vivendo dinamiche di cooperazione, perchè il buon esito fosse facilitato". Dopo aver consultato varie diocesi, la scelta è caduta su Paquemás, anche per via dell'accesso terrestre e soprattutto "perchè avevano già in mente di organizzarsi, ed erano uno dei casi emblematici a livello nazionale".
L'accompagnamento ha consentito di rafforzare l’impegno organizzativo e la conoscenza dei loro diritti, ha poi permesso di creare reti con le istituzioni e tra le famiglie per la protezione dell'incolumità personale e collettiva, diminuendo sensibilmente i rischi derivanti dalle minacce da parte dei gruppi criminali che difendono gli interessi degli occupanti illegali. La Caritas cominciò con un progetto di ricerca sul campo, di formazione e incidenza sull'opinione pubblica. Si ricapitolò tutta l'informazione sulle cause giudiziarie già aperte a titolo individuale e si approfondì la conoscenza della legge mentre si faceva advocacy sensibilizzando l'opinione pubblica a livello nazionale ed internazionale.
Grazie alle Caritas europee coinvolte, si andò in visita ad istituzioni come il Parlamento Europeo, quello britannico, le Nazioni Unite, etc. A questo si aggiunse un progetto finzanziato dall'Unione Europea per la formazione di difensori dei diritti umani. Entrambi i progetti, insieme a uno specifico della Caritas colombiana, hanno permesso di consolidare l'associazione “Asopaquemás”, che oggi produce in autogestione banane, mais e riso. "Dopo 5 anni - spiega Luz Marina Quintero - abbiamo deciso di uscire dal processo, che è stato molto proficuo, giacchè più del 35% delle famiglie hanno ottenuto sentenze di restituzione delle terre e vi sono tornate o stanno tornando". Ottanta delle 105 famiglie del posto fanno parte dell'associazione.
"Ció che é accaduto a Paquemás é un esempio a livello nazionale". Quintero racconta che gli sfollati affrontavano gravi problemi quando tentavano di far ritorno alle loro terre occupate. "La legge afferma la loro proprietà della terra, ma non offre garanzie per un effettivo ritorno. Tornavano da soli, e non sempre si potevano insediare senza l'aiuto della Polizia. Oppure, una volta stabilitisi, subivano minacce o danni materiali come incendi, uccisione di animali o distruzione delle staccionate dei poderi". Gli occupanti hanno chi li difende con la forza, e spesso sono prestanomi di politici, industriali o alti funzionari pubblici. All'inizio venivano assassinati i leader. La Caritas richiese allora misure giudiziarie di protezione e l'accompagnamento della Polizia, ma la soluzione arrivò quando i proprietari cominciarono a ritornare a Paquemás in gruppi di famiglie, mentre aumentava la sensibilizzazione, mediante la quale apparivano pubblicamente come leader più persone, e non sempre le stesse. "Non era più efficace per i gruppi criminali l'assassinio di un leader, perchè la direzione ormai non era unipersonale" conclude la coordinatrice.
Si è poi provveduto ad allontanare dalla zona, ma non troppo, le persone minacciate per un periodo prudenziale, coprendo nel frattempo le loro necessità economiche. Il tutto con un contatto assiduo con le forze dell'ordine e il comune. Ora le sentenze sono depositate in un atto pubblico nella città più vicina sul territorio, "il che ha anche una forza simbolica" di sovranità civica, sottolinea Quintero, e la Polizia informa gli occupanti e procede al loro "sfratto". Rimane solo la vulnerabilità delle famiglie già istallate, ma il fatto di rioccupare le terre mentre lo fanno anche altre due o tre famiglie, insieme all'accompagnamento e allo stretto contatto con le autorità, diminuiscono notevolmente i rischi.


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